Fattore K. Cancro. Giulia e la chiamata alla vita dal fattore k

Giulia e la chiamata alla vita dal fattore k

In inglese la chiamano “wake-up call”, quel campanello che tintinna tra i meandri dei pensieri e suona la sveglia. Una chiamata alla vita per Giulia Muntoni, 34 anni, cagliaritana, arrivata con quel “fattore k” che l'ha tirata su dal limbo di malessere in cui è rimasta per anni impantanata per riportarla alla luce, nuova, diversa, con una ritrovata consapevolezza. “E' come se la vita mi avesse detto: prestami l'orecchio e ascolta, e adesso sono tutta orecchi”, spiega Giulia, dolce e determinata. Laureata a Pisa in archeologia greca, dopo l'università è volata in Inghilterra, lavorando per due anni come customer service a Manchester poi al patrocinio gratuito del ministero della Giustizia a Bristol. La diagnosi è arrivata nel novembre del 2013, una visita al seno, la risonanza e poi la diagnosi. “Ero ubriaca, frastornata, la settimana di attesa del risultato della biopsia è stata la più difficile della mia vita. Mi sono tenuta tutto dentro e il giorno della comunicazione del risultato mi sono fatta accompagnare dalla mia “mamma irlandese”, una cara amica, lucida e pratica. Aavevo bisogno di avere accanto una persona così”. Nessuna sorpresa quando il risultato è arrivato, Giulia era già pronta ad ascoltare tutto quando il medico inglese le ha comunicato che effettivamente il tumore c'era. “La dottoressa mi ha parlato con molto garbo, così le lacrime sono scese, senza freni, liberatorie, ma a quel punto si è fermata per consolarmi ed è stata una rottura, perché volevo avere il diritto di piangere e ascoltare”.

Le cure a Milano, da Maurizio Nava, direttore dell'Unità di Chirurgia Plastica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che a marzo 2014 l'ha operata. “Mi hanno operato a marzo, ma in tutto il tempo fino all'operazione non mi ero mai sentita malata, mi sentivo come se mi avessero dato un pizzico molto forte, ero molto presente a me stessa. Avevo perso mio padre di cancro due anni prima e per me il tumore è stata la metabolizzazione di un malessere, la manifestazione a livello corporale un dolore molto intenso”. In un certo senso per Giulia il cancro è stata una cosa logica, “anche se me lo sarei risparmiato, ovviamente. E' stata una wake-up call, ero in un limbo di malessere in cui ho lasciato che anche il lavoro mi affossasse con le stesse dinamiche malate che avevo nei rapporti con la famiglia in conseguenza del lutto”. Come se si risvegliasse da un torpore in cui era rimasta impigliata, il “fattore K” ha portato a Giulia un cambio completo del punto di vista. “Ho sentito che tutto quasi rinasceva, ha avvertito sulla mia pelle il diventare vivido dei rapporti intorno a me, può sembrare un “luogo comune” ma ho pensato: questa è una cosa che mette in pericolo la mia vita, quindi non potevo essere più attenta”.

A Milano come è iniziata la chemioterapia tutto è diventato difficile, pesante, ingestibile. Così è tornata in Sardegna e l'Isola, da cui fino a quel momento non aveva fatto altro che fuggire, si è svelata in tutto il suo calore e per la prima volta l'ha sentita come la sua “madre terra”. “Da persona sana e determinata, mi sentivo motivata e forte, ma con la chemio sono precipitata completamente”. La rossa è molto aggressiva, gli effetti collaterali devastanti. “Il corpo era alla mercé di qualunque cosa nuova, mi sono venuti ansie e attacchi di panico. Sono tornata prima in vacanza e ho sentito che la Sardegna mi accoglieva in un modo di cui avevo bisogno, qui c'erano tutti i parenti e gli amici, e allora ho chiesto di iniziare le dodici sedute settimanali al Businco di Cagliari perché è un protocollo che si può fare dove si vuole”. Qui è stata un'illuminazione e non poteva che essere così. E' stato un viaggio con varie tappe. “All'inizio ero in terra. Le prime cinque sedute hanno avuto effetti collaterali devastanti, mi sono sentita ingabbiata, tanto che dopo due o tre cicli stavo per mollare. Ma man mano che ho superato lo scoglio dei problemi fisici derivanti dalla chemioterapia tutto è andato meglio. Ho organizzato le giornate in maniera frenetica, le energie pian piano mi sono tornate. Certo ci sono momenti in cui gli effetti della terapia si fanno sentire di più, ma entrare nel gruppo Abbracciamo un sogno mi ha dato un valore umano incredibile, mi sono sentita non sola, mi ha cambiato ancora una volta l'esperienza della malattia. Il gruppo ti dona un senso di appartenenza e sorellanza: il non dover spiegare niente a nessuno, vedere molte donne che stanno affrontando cose peggiori di me, molte hanno figli, e vedere che nonostante il cancro affrontano la vita giorno per giorno, pur non sapendo quanto durerà, è rinfrescante”.

C'è molto di personale in questa storia, il cancro ha fatto essere Giulia se stessa mille volte tanto. “Mi ha ripescato dalle ceneri di dolori, dalle aspettative altrui, cose di cui sono stata schiava tutta la vita. Il cancro mi ha messo davanti a uno specchio e mi sono detta: se vuoi cambiare i modi e reagire di conseguenza è giunto il momento, è inutile che finisca le cure e mi faccia togliere questo male dal corpo, se poi riparto con le stesse dinamiche malate di prima. Il destino mi ha sbattuto in faccia nel modo più forte una serie di cose che non volevo affrontare, tutto poi mi è tornato indietro, ti segue dovunque vai”. E così per Giulia è finito il tempo di nascondersi, di uscire dal limbo, e iniziato quello dell'ascolto. Di quello che vuole Giulia, prima di tutto. Della vita.

Francesca Cardia