Luciana, testimone di vita

Sono passati vent'anni ma le ferite bruciano ancora.

Su quel viso da ragazzina, lo sguardo attraversa il tempo e punta lontano a quel passato che le è rimasto appiccicato addosso ma che sulla pelle ha lasciato la sua lezione: di cancro si vive, ma si può anche guarire. Aveva 42 anni e una figlia di cinque, Luciana Collu quando le diagnosticarono un tumore alla mammella. Come un filo rosso che ha deciso di legarla indissolubilmente alla mamma, morta quando Luciana aveva 14 anni della stessa malattia. Un vuoto immenso, un'assenza incolmabile, che a distanza di tanti anni ancora squarciano l'anima. "Ero al mare quando ho avuto i primi sospetti. E quando la mia amica oncologa mi ha detto che avevo un tumore ero disperata, non potevo accettare che la storia si ripetesse".

Il suo primo pensiero alla figlia. "Non potevo accettare che mia figlia subisse un'infanzia con la mamma malata e un'adolescenza senza di me, con mille difficoltà e tutto il dolore che avevo sofferto io". Con tanta forza di volontà, "tanta fortuna" e l'aiuto dell'amica oncologa, suo medico, che l'ha trattata come una sorella, ce l'ha fatta. Luciana ha lottato per tre anni contro il male. Prima l'intervento, una quadrantectomia, l’asportazione di un ampio quadrante di tessuto mammario con un margine di tessuto circostante.

Poi la battaglia contro i danni e gli effetti devastanti della radioterapia e dell'ormonoterapia, ma alla fine l'ha spuntata lei. "Ho avuto fortuna, perché nel frattempo il cancro ha colpito mia sorella e lei non ce l'ha fatta. Si è ammalata dopo di me e l'ho accompagnata nella malattia e nella cura. Luisella se n'è andata cinque anni fa".

Un filo rosso che ha legato tre donne e che lei è riuscita a spezzare. Ora Luciana ha 62 anni e si sente bene, fa sport, la vita deve continuare. Il dolore fisico è passato, ma le ha lasciato una fragilità emotiva, una sensibilità che prima non aveva. E la vuole usare per aiutare le altre donne del Gruppo Abbracciamo un sogno. Una ipersensibilità che aveva già da prima, venuta fuori dopo la morte della madre, accresciuta da quell'infanzia difficile, da un'adolescenza complicata di sofferenza e lotta. "In famiglia mi hanno detto, ma chi te lo fa fare? Non è una passeggiata.

Ma non mi posso tirare indietro, non posso girarmi dall'altra parte, perché so che la mia testimonianza può essere d'aiuto alle altre. Spero di farcela, perché non è semplice vedere tutte queste donne che si ammalano. Ma quando a novembre mi hanno chiesto di entrare nel "gruppo del quinto piano del Businco" io ce l'avevo già in testa, non ci ho pensato due volte perché era una cosa che già sentivo. Tanti non vogliono sentire parlare di cancro e quando ho incontrato qualcuno che conosco che si è ammalato, vedere me che ce l'ho fatta, viva, vegeta e sorridente è importantissimo". Oggi guarda avanti, ancora. "Mi sento sana. Quando mi sono ammalata ero disperata, con una bambina di cinque anni e il terrore di doverla lasciare sola. Pensavo di non riuscire a vederla crescere: ora ha 25 anni e si sta per laureare. Ho cercato persone che ce l'avessero fatta.

In tanti mi sono stati vicini: mio marito, i miei cari, la mia amica oncologa e mia mamma. Lei da lassù mi ha guardato e non ha permesso che la storia si ripetesse".

Francesca Cardia