Fattore K. Cancro. "Noi, diversamente sane"

"Noi, diversamente sane"

Il tarlo resta sempre. In quell'angolo buio dei pensieri dove la malattia si è insediata e non si smuove più. Anche se i valori dicono che il cancro non c'è più, il pensiero nero ogni tanto aleggia. Per questo si definisce "diversamente sana". Parla veloce Simona, occhi scuri e profondi, caschetto corto e sbarazzino, ricordando le tappe della sua esperienza e quel Natale del 2010 segnato dall'inizio della sua battaglia, quando per la prima volta il pensiero di lasciare sole le sue bambine ha offuscato il suo cielo. Otto cicli di chemio, 33 cicli di radio e gli effetti devastanti della terapia "che ti fa perdere i capelli e ti mandano in menopausa a trent'anni".

Oggi ringrazia Dio Simona Melis, 36 anni, due bambine di sei e tre anni e mezzo, e un marito che non l'ha mai lasciata solo un attimo durante tutta la malattia. Ringrazia il cielo perché questo male l'ha dato a lei e non alle sue figlie. "Dicono che Dio assegni queste penitenze a chi le può sopportare". E lei ha tirato fuori tutto quello che ha potuto per lottare. "Quel momento in cui ti dicono che hai il cancro è proprio come nei film: tutto si ovatta e ti sembra di essere un osservatore esterno, guardi te stesso da lontano". E all'inizio lo sconforto e la disperazione prendono il sopravvento. "Ho passato tanti giorni a piangere. Fino a una mattina. Ero sola in casa, mi sono guardata allo specchio e ho detto a me stessa: bisogna tirare fuori le unghie, essere positivi e lottare. Se non lotti e ti lasci andare al pessimismo hai già perso". Tante rinunce, tante difficoltà ma con la speranza sempre accesa, Simona ha riscoperto se stessa, il mondo che le girava intorno e la forza di suo marito e della sua famiglia che dalla “prova cancro” è uscita rafforzata. “Con mio marito ne abbiamo sempre parlato apertamente, sdrammatizzando le situazioni più difficili. Il suo appoggio è stato fondamentale, mi sono sentita amata e protetta in ogni singolo istante”.

Così Simona ha sfruttato il cancro per ribaltare il suo modo di vedere le cose, ridimensionare i problemi, vivere giorno dopo giorno, intensamente, e rimparare a riscoprire e apprezzare le piccole cose, che poi sono la vita. "Una sera ero da un'amica e ho guardato il cielo stellato. L'ho rivisto dopo anni che ce l'avevo davanti e avevo dimenticato la sua bellezza".  Con le ragazze del quinto piano del Businco, quelle del gruppo "Abbracciamo un sogno" c'è un rapporto unico e speciale. Un legame quasi ombelicale: "Fanno parte della mia vita come se ci fossero da sempre". Con loro la complicità e l'intesa che solo chi ha visto in faccia il cancro può avere. "Cosa fa di noi un gruppo? Il vissuto comune e il fatto che ci basta uno sguardo per capirci. Siamo diversamente sane, perché il tarlo resta sempre ma la vita deve andare avanti".

Francesca Cardia