Paola, il risveglio del cigno

Ottobre 2013. In una giornata come le altre, Paola Masia, 45 anni, cagliaritana, ha scovato una nocciolina al seno sinistro. “La sentivo da un po' di tempo, stava lì, ma non la volevo vedere. Sono passati alcuni mesi prima che mi decidessi ad andare a farmi le analisi”.

Poi ha trovato il coraggio di andare dell'ecografia, indelebile il ricordo di quella giornata: “L'ecografista prima ha analizzato il seno sano, il destro, poi sul sinistro si è trattenuta più del dovuto. Ho capito subito. Tanto che sono stata io a chiedere: stiamo parlando di un tumore? Lei mi ha guardato e mi ha consigliato un bravissimo chirurgo”. Così Paola è approdata all'ospedale Oncologico Businco di Cagliari dove ha conosciuto Massimo Dessena. “E' il mio salvatore. Ha avuto la capacità di dirmi quello che avevo con una delicatezza e gentilezza da manuale. Ha avuto l'infausto compito di darmi una brutta notizia. Mi ha detto tutta la verità, senza sconti, ma i suoi modi e la sua empatia mi hanno fatto scegliere lui. Quando mi ha comunicato la diagnosi all'inizio mi parlava, ma io ero frastornata. Sentivo ma non capivo. Ero in confusione, in choc totale dopo mammografia ed ecografia. Ma lui è stato unico: mi ha stretto le mani e quando sono scoppiata a piangere mi ha abbracciato”. Non ha fatto nessun consulto, nessun altra visita. Si è creato immediatamente un rapporto di fiducia. E hanno festeggiato tutti insieme quando dopo l'esito della risonanza il tumore è risultato circoscritto: “Ho fatto un quadrante. Sono entrata in sala operatoria con tranquillità e serenità”.

Sorridente, inappuntabile, un vulcano di energia. Paola ha trovato la sua forza nell'amore per la sua bambina. E' stata lei  il suo primo pensiero per muovere la leva della vita. Doveva guarire, per lei. I bambini ti tengono con i piedi per terra. Ti leggono l'anima con uno sguardo; con un sorriso ti fanno la radiografia del cuore. E ti curano con un abbraccio o una parola sussurrata nel silenzio della notte.

“Sara aveva solo 9 anni, era in quarta elementare. Dovevo guarire per lei. Lei non ha mai saputo di preciso cosa avessi. Le parlavo di una nocciolina. Non ho mai usato la parola cancro, l'ho tirata fuori solo quando ho finito la chemioterapia”. E' stato in quel momento che le ha fatto un discorso: “Sara, ho detto, ora mamma ti spiega cosa ha avuto e lei mi ha ringraziato per non averglielo detto a suo tempo, perché quella parola fa ancora troppa paura”. Per tutto il periodo della terapia (otto cicli di chemio tradizionale per poi passare alla chemioterapia biologica) è stata lei il suo piccolo angelo custode. “Si definiva la mia infermiera personale”. Così, nei momenti più duri post chemio, lei si affacciava e le chiedeva: mamma sta iniziando il letargo?”.

Programmatrice, quadrata e precisa, Paola sapeva già che alla terza settimana sarebbe arrivata la dura prova dei capelli. “Sono andata a scegliere la parrucca. La signora ha iniziato a togliermi i capelli, li vedevo che cadevano, ciuffo dopo ciuffo. Alla fine mi ha lasciato da sola davanti allo specchio e ho pianto, a lungo. Quando poi sono tornata a casa Sara mi ha accolto con un sorriso e mi ha detto: che bellina, ma ora toglietela, voglio vedere la tua testa”. Così Paola ha sfilato via la parrucca e la piccola le ha sussurrato: “Mamma, sembri un piccolo anatroccolo, però io tutte le notti prima di dormire verrò da te e ti darò un bacino sulla testa”. E così è stato, finché il piccolo anatroccolo non è tornato cigno.

“Non dico grazie al cancro, ma dopo il percorso della malattia ho scoperto una grande forza: prima non avevo mai avuto occasioni per mettermi alla prova riscoperta orgogliosa di me stessa per come ho affrontato la malattia. Mia madre dice che sono diventata sfrontata dico le cose senza preoccuparmi delle conseguenze di ciò che le mie parole possono causare. Ho finalmente messo me stessa al primo posto. E questa nuova dimensione di me stessa mi piace molto”.

Dopo la malattia le si è aperto un mondo, ha iniziato a creare gioielli e ha scoperto una parte nuova di sé. Anche grazie al gruppo Abbracciamo un sogno. Paola ha tenuto insieme i pezzi, di se stessa e della sua famiglia, per non interrompere i ritmi della quotidianità, per non spezzare il filo rassicurante delle abitudini di tutti i giorni che ti tengono ancorato alla vita nonostante la malattia. E non ha mai smesso di “coccolarsi” con massaggi, cosmetici e tanto sano shopping sfrenato. “Chi ti sta vicino spesso si sente impotente, vorrebbe aiutarti ma non ha gli strumenti. Ogni tanto mi lasciavo andare ma ho sempre provato a tenere insieme i pezzi di tutto quanto”. Il gruppo le ha dato la possibilità di condividere momenti di gioia e dolore, di sentirsi capita, di riuscire a condividere la quotidianità con forza e con gioia. “Ho conosciuto persone splendide. Io oggi posso dire che ne sono fuori, non so cosa potrà succedere in futuro, ma oggi mi sento guarita. Il pensiero del cancro non mi abbandona mai. Ci penso tutti i giorni. So che quello che ho avuto è stata una forma molto aggressiva che si è sviluppata velocemente. Faccio esami ancora ravvicinati ogni 4 mesi garanzia essere sempre sotto controllo ma se mi dovesse ripresentarsi lo affronterei con una forza e una nuova consapevolezza”.

 

Francesca Cardia