Fattore K. Cancro. Personalizzare le cure per sconfiggere il cancro

Personalizzare le cure per sconfiggere il cancro

La solitudine, la paura di rimanere soli, la sensazione di isolamento, sono le prime emozioni di chi scopre di avere il cancro. Un disagio che aumenta quando la comunicazione col medico e con gli operatori sanitari non avviene in modo efficace. La giusta informazione del paziente è la prima medicina. La comunicazione, la condivisione, la personalizzazione della cura e della terapia sono essenziali secondo Nadia Brusasca, psicologa, psicoterapeuta specializzata in psiconcologia, da 5 anni coordinatrice regionale della Società Italiana di Psiconcologia, Sipo, Sardegna. Brusasca è anche responsabile del primo centro di Psiconcologia dell'Isola che si trova all'interno dell'Asl di Nuoro, all'ospedale Zonchello.

Quanto è importante la capacità del medico di comunicare col paziente e creare empatia per avviare un percorso terapeutico efficace?
Il modo in cui avviene la  comunicazione della diagnosi fa la differenza. Se il medico riesce a raccogliere un po' di informazioni sulla storia dell'individuo che si trova davanti, personalizzando la comunicazione “su misura” per quel paziente, difficilmente puoi seminare questo sentimento, questo stato d'animo. Se invece la comunicazione della diagnosi avviene in modo crudo, disinteressato, se si limita a un atto tecnico, meccanico, è chiaro che il sentimento che si semina sarà negativo.
Bisogna distinguere il primo passaggio che la persona vive. Il senso di solitudine dipende anche dal luogo in cui il paziente si fa curare, da quali strumenti esistono. E' evidente che, forzando il concetto, difficilmente una persona a Milano si sente sola. Questo non vuol dire che c'è una buona sanità, ma sono in un posto dove a livello funzionale di sicuro avrò delle risposte. Ma se sono in Sardegna, e questo purtroppo lo devo sottolineare perché conosco le due realtà, è evidente che il primo impatto è “Oddio dove vado, da chi mi faccio curare, in quale città". E via che scattano poi quei viaggi della speranza che alimentano ancora di più questo stato di solitudine.

La capacità di comunicare degli operatori sanitari  è una delle prime vie perché il paziente non si senta abbandonato. Quanto è importante?
La comunicazione è accoglienza. Se tu ti senti accolto perché io ti sto parlando guardandoti negli occhi e tu mi senti interessato a te, allora cambia tutto, non si può avere paura e sentirsi soli. Anche le parole che si usano sono importanti, non “il problema è tuo” ma “cosa facciamo”, "come possiamo organizzarci”, il linguaggio che si usa è fondamentale. Un bravo medico, un bravo operatore, un bravo familiare parla così. La condivisione, nel senso di dividere con, è fondamentale.

Ci sono alcune costanti che si ripresentano in ogni persona che scopre di avere il cancro? Quali? 
Innanzitutto, il vivere la malattia come una condanna. Ma il problema più grande nel percorso di malattia non è la paura della morte, di cui ormai, in maniera anche un po' abusata, tutti sono consapevoli, ma il dover dipendere da altre persone, aver per forza bisogno di un'altra persona. E' qui che si instaura il problema della solitudine, perché magari ti accorgi di non aver nessuno che ti possa aiutare. E' stressante prendersi cura di se stessi e degli altri. Questo emerge continuamente nella storia del paziente ed è proporzionato al tipo di personalità e al genere: è la donna che teme di più questa situazione, non l'uomo che è già abituato anche culturalmente, in modo antropologico, a dipendere. E lo è ancora di più una professionista, autonoma, che con la malattia si sente finita.

Ogni storia è a sé. Ogni paziente vive la malattia e la cura in modo diverso
Piccoli tumori non accettati diventano una grande malattia finché non ti portano alla morte e grandi tumori presi in un certo modo diventano saggezza, una vita che continua. Quindi non è vero che si muore di tumore, dipende da come le persone prendono la malattia e da come vengono aiutate. Ogni storia è a sé. Ho visto noduli al seno non accettati e a quel punto la persona non esiste più; dall'altra parte grandi tumori accettati e vissuti fino alla fine. Nel primo caso bisogna seguire la persona, subito, non quando è già nel baratro. Dalla psicologa non si va perché si è “sfigati”: tutti vanno dalla psicologa è il nostro protocollo. Una persona presa in tempo, va, tranquillamente. Intervieni con il supporto psiconcologico, se c'è bisogno anche con una terapia minima farmacologica, perché non dobbiamo lasciare la persona con la vulnerabilità emotiva, magari bisogna stabilizzare l'umore, magari ha bisogno di dormire per recuperare le risorse. E poi si parte con il lavoro fatto insieme: ha bisogno dell'assistente sociale, di un medico specialista. Ecco noi ci occupiamo della persona, di ogni aspetto che si trova a dover affrontare in quel momento. Una presa in carico globale. 

Quando è nato e come funziona il Centro di Nuoro?
La psiconcologia a Nuoro nasce nel 2004 e si formalizza nel 2008 allo Zonchello. Il primo centro di psiconcologia regionale nel pubblico deve garantire la continuità della cura quando i pazienti escono dall'ospedale. Operano quattro psicologhe specializzate in oncologia. Il centro comprende anche un servizio per l'elaborazione del lutto che è unico a livello nazionale. Adesso c'è anche un progetto sull'elaborazione del lutto nei minori. Le persone arrivano principalmente dal territorio, ma anche da tutta la Sardegna. Vediamo circa 200 pazienti, lavoriamo a livello individuale, di coppia e di gruppo per l'elaborazione del lutto. © tutti i diritti riservati